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Cento Autori per salvare il Cinema Italiano


Tuesday, February 12, 2008


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L’appello dei 100 autori

I 100autori è un movimento per la dignità del cinema italiano, per la cultura, per un giusto rapporto tra cinema e televisione. Seguono alcuni dei documenti più importanti prodotti dal dibattito, che resta aperto ed insoluto.

Prima di tutto: in cosa consiste il Movimento

Quando, nel febbraio scorso, abbiamo iniziato a vederci alla libreria del Cinema a Trastevere, eravamo una cinquantina di registi e sceneggiatori, alcuni dei quali si conoscevano appena. Scrivemmo due lettere aperte per chiedere un nuovo profilo culturale ed etico alla direzione di Rai Cinema. In calce a quelle lettere, radunammo duecento firme di autori di cinema e televisione, e rimanemmo in fiduciosa attesa.
Nel frattempo i nostri incontri del giovedì proseguivano, ed il 7 maggio è venuto il grande incontro all’Ambra Jovinelli: i 1400 firmatari del documento Per una costituente del cinema e della tv si sono moltiplicati: molti quella sera piovosa sono rimasti fuori dal teatro, ma da allora Centoautori ha avuto la certezza di aver toccato nervi scoperti, di essere diventato movimento. E dello strano silenzio seguìto alle dimissioni forzate di Macchitella, di quel silenzio depressivo, di quella opacità di certe stanze del potere che sono stati motivo del nostro primo incontro, non parliamo quasi più.
Non so quanti, in quelle stanze, e nelle redazioni dei giornali, e tra gli “addetti ai lavori” abbiano colto la grande forza e la radicale novità dei Centoautori. Eppure si ha la sensazione che il suo esempio si vada diffondendo. Nel teatro, nelle altre arti, nel giornalismo si vanno concentrando fermenti e stilando lettere aperte: mentre soffia il vento dell’antipolitica questi movimenti mi sembra che chiedano invece alla politica un ruolo diverso, una capacità di visione alta e complessiva dei problemi e delle sfide che da troppo tempo il nostro paese si rifiuta di affrontare.
Dalla nostra prima lettera aperta del 10 febbraio sono passati quattro mesi: il Consiglio di Amministrazione della Rai, che aveva incomprensibilmente bruciato il nome di Alberto Barbera per la direzione di Rai Cinema, ha finalmente trovato un accordo su un’altra candidatura autorevole, che corrisponde alle nostre richieste di una “persona di indubbie qualità morali… che abbia dato ampia dimostrazione di capacità professionali e che goda della stima degli operatori del settore”.
Il movimento dei Centoautori è fiorito istintivamente sul nodo cruciale del rapporto tra politica e cultura, sulla riflessione delle sue distorsioni presenti e sul percorso di crescita che questo rapporto deve avere il coraggio di imboccare, con fantasia, coraggio, determinazione. Ecco la sua prima diversità: in un settore culturale in cui da sempre ci sono fortissimi legami con i partiti, Centoautori è un movimento autonomo, non allineato, trasversale, che unisce e attraversa le generazioni e le professioni del cinema e della televisione.
Ma la sua originalità più profonda è che le nostre posizioni non hanno il carattere di rivendicazioni di categoria, ma nascono dalla convinzione che il declino civile e politico di questi anni sia stato causato dal modo in cui sono stati lesi i diritti degli spettatori italiani di cinema e di televisione. La nostra riflessione parte da lì, da come siano diventati centrali i diritti dello spettatore per giudicare quanto uno Stato sappia realmente tutelare i diritti dei propri cittadini.
La posta in gioco, altissima, non è dunque solo la libertà di espressione di un gruppo di “privilegiati”, e neppure, come certa stampa ama semplificare, la difesa della Cultura con la “C” maiuscola contro la volgarità della tv. Centoautori non chiede assistenzialismo, non chiede programmazioni obbligatorie, ma un mercato libero, equo e regolato, dove la più ampia varietà di soggetti possa svolgere la propria attività e dove lo Stato giochi il suo ruolo di garante, e incentivi la qualità, la diversità e il pluralismo delle opere cinematografiche e televisive.
Siamo convinti che difendere ed incoraggiare il talento, creare i presupposti per maggiori spazi espressivi sia innanzitutto necessario per garantire il diritto essenziale dei cittadini-spettatori ad un’offerta culturale più ampia, più libera, più controversa, stimolante e originale e che questa sia un’urgenza del nostro paese, che per tornare a crescere deve tornare ad osservarsi, a raccontarsi, ad amarsi.

Valerio Jalongo per i Centoautori

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L’analisi e la proposta di 100autori di una Televisione per la Cultura : ARTE Italia

Il Cinema italiano si ritrova per la prima volta unito per rivendicare compatto il proprio ruolo di rappresentante dell’identità e dei valori del nostro Paese. Bernardo Bertolucci, a nome dei Centoautori, ha ricordato in più occasioni il ruolo subalterno che la cultura ha ormai assunto ed ha chiesto al ministro Rutelli e al Governo: ‘perché in Italia non è stata possibile la nascita di un canale come Arte, la cui ragione sociale è fare cultura, diffonderla, allargare il numero dei suoi autori scoprendone di nuovi, inventandoli e promuovendoli?’. Rutelli ha, a sua volta, risposto che il nuovo contratto di servizio con la Rai prevede un aumento del 60% degli interventi per il nostro cinema e la creazione di un canale ispirato all’esperienza di “Arte”. Centoautori chiede ai responsabili politici di questo Paese di dare un seguito non tanto alle loro promesse, quanto ai doveri delle Istituzioni di difendere l’identità e le potenzialità creative e culturali e di impegnarsi dunque da subito ad affrontare una delle gravi anomalie che segnano il sistema della comunicazione nel nostro Paese. La sempre più diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali omologati modelli televisivi (che ha portato ad un calo di 1,1 milione di ascoltatori nelle fasce di prima serata) e la parallela crescente sete di cultura che i cittadini dimostrano ogni giorno nelle mille mostre ed eventi che fioriscono con successo nelle nostre città, fanno ormai di questo tema una vera emergenza nazionale.E’ ora di dare una risposta ai sempre più numerosi cittadini che ogni giorno affollano mostre d’arte, festival della letteratura o della scienza, concerti, conferenze, teatri. E’ ora di poter contare anche nel nostro paese su una televisione pubblica che, con la forza del linguaggio cinematografico, produca cultura contemporanea e ne diventi il maggior veicolo di promozione. Una televisione pubblica che sia espressione delle forze culturali che esistono e resistono in questo Paese.Il canale Arte è finanziato direttamente dallo Stato francese e dallo Stato tedesco. Queste due grandi nazioni europee, nelle persone di Mitterrand e Kohl, decisero di investire in Arte per ribadire il ruolo centrale della cultura nello sviluppo di un vero sentire europeo. Arte, secondo le finalità del suo statuto, art. 2 ‘ha l’obbiettivo di concepire, realizzare e far diffondere, attraverso il satellite o con tutti gli altri mezzi, emissioni televisive aventi carattere culturale e internazionale nel senso più largo e proprie a favorire la comprensione e l’avvicinamento dei popoli europei’.Una scommessa, una sfida coraggiosa vinta sul campo se è vero che il ritorno di immagine che ne è conseguito per i due Paesi è stato ed è tuttora enorme.Arte diventa, ogni giorno di più, il veicolo di trasmissione della cultura franco-tedesca all’interno dell’Unione Europea, essendo in grado di imporsi anche a livello commerciale nei mercati internazionali. Basti pensare che dei 25 film prodotti quest’anno da Arte, ben 19 erano presenti al Festival di Cannes.Al momento di questa scelta politicamente lungimirante, l’Italia fu assente ed ancora ne paga purtroppo le conseguenze. Oggi, mentre molti documentaristi italiani hanno la possibilità di raccontare il nostro Paese solo grazie all’invito di Arte e altre Nazioni come la Spagna stanno per entrare in questa rete a vocazione europea, l’Italia continua ad essere assente. È notizia solo di qualche giorno fa che il canale ARTE e non, come ci si dovrebbe aspettare la RAI, ha concluso un accordo con la Scala per la trasmissione in diretta di tre opere in programmazione la prossima stagione.Arte è di fatto già associata con altri canali pubblici europei: RTBF in Belgio, SRG SSR Idée Suisse in Svizzera, TVE in Spagna, TVP in Polonia, ORF in Austria, YLE in Finlandia, NPS in Olanda, BBC in Gran Bretagna e SVT in Svezia. Manca dunque solo la nostra Rai che dopo aver intavolato più volte trattative, si è sempre rifiutata di aderire.ARTE, intanto, è diffusa simultaneamente in diverse lingue in tutta Europa dalla sua sede di Strasburgo. Una situazione davvero paradossale. L’Europa senza l’Italiasemplicemente non è concepibile, lo sanno anche i banchieri. Possibile che propriol’Italia dell’arte, il paese storicamente culla della cultura mondiale, il ponte tra l’Europa e i paesi del Mediterraneo, debba recitare ancora questo ruolo mortificante?Il Cinema italiano, con il sostegno di quanti ancora credono nel valore della cultura e della ricerca, chiede alla politica di avere finalmente il coraggio che fin qui le è mancato e di impegnarsi perché da oggi il nostro paese sia nuovamente degno delle sue tradizioni.Chiediamo un progetto culturale e politico che costruisca le sue fondamenta non solo sui trattati economici ma sul terreno dell’identità artistica e culturale italiana.Chiediamo di puntare su una comunicazione libera, capace di produrre cittadini piuttosto che clienti , persone pensanti, autonome, politicamente critiche.Chiediamo, di essere rappresentati e difesi da quanti si ostinano a pensare che l’Italia sia, chissà perché, priva di capacità e di mezzi. Come dimostra Arte, La cultura non è una merce, è un diritto, è un bene collettivo di cui bisogna prendersi cura.Qualcosa per cui solo gli Stati possono ed hanno il dovere di impegnarsi.

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Una lettera aperta scritta da Giuseppe Piccioni ai leader dell’Unione subito dopo la vittoria elettorale dell’Unione, e ha fatto da stimolo per molti che sono riuniti oggi nel movimento dei 100autori.

Durante il duello televisivo tra Prodi e Berlusconi del 14 Marzo c’è stato un passaggio, nel discorso del leader dell’Unione, in cui egli ha sottolineato la necessità di progettare un paese nuovo, un paese in cui, finalmente, vengano riconosciuti i meriti e non i privilegi, un paese in cui un giovane, per costruire il proprio futuro, non debba essere costretto all’umiliante ricerca di una raccomandazione. Questo riferimento all’Italia dei meriti, nella sua apparente ovvietà, mi è sembrato al contrario una vera novità. Quel sussulto di indignazione di cui questo paese fatica ad essere capace, non solo per fatti macroscopicamente evidenti, come quelli che riguardano il nostro ex Presidente del Consiglio, ma per quel complesso di comportamenti diffusi in cui, un certo grado di conflitto di interessi e di corruzione, costituisce ormai la caratteristica abituale presente nella pratica degli affari, nella politica, nella formazione delle carriere, nella produzione culturale, nello spettacolo. Al sospetto antico e qualunquista si sostuisce in tutti noi un sentimento di certezza: che la maggior parte di coloro che, in determinati posti di responsabilità, sono chiamati a compiere delle scelte, in realtà obbediscano, nella quasi totalità dei casi, a una logica di scambio di favori. Questo clima favorisce, è ovvio, coloro che sono più capaci di intessere relazioni, o che hanno acquisito, per vari motivi, quel patrimonio di conoscenze, amicizie, frequentazioni, che sembrano essere più importanti e decisive della competenza e della capacità professionale. Viviamo in un sistema di relazioni economiche, politiche, familiari, che opera una costante discriminazione nei confronti di chi, pur essendo dotato di buona volontà, talento, passione, non fa parte, o semplicemente non vuole far parte di questa logica. Tutto questo non può che arrecare un grave danno al paese: la dispersione di un enorme potenziale di risorse, di idee, di energie e una totale mortificazione delle intelligenze. Questa discriminazione sembra essere un dato caratteristico, genetico, ineliminabile del costume italiano e la denuncia di questo stato di cose un pio desiderio degli ingenui o, al peggio, una mera operazione di propaganda.

Vedo già l’alzata di spalle di molti intellettuali che, a sentir parlare di questione morale, oppongono con fastidio una visione razionalistica, pragmatica, tutta a favore della politica delle cose, senza incanti e retorica. Nel migliore dei casi ho l’impressione che molti degli addetti ai lavori della politica, a sentire questi discorsi, possano dire: “ Si, grazie per i nobili argomenti ma adesso dobbiamo parlare di cose più serie, più concrete. Lasciaci lavorare.”

Mi chiedo come si possa coinvolgere il paese in una straordinaria opera di ricostruzione senza essere in grado di interpretare le sue aspirazioni più profonde, senza dare in cambio una speranza, un progetto radicalmente diverso a cui tutti possano guardare con fiducia. Un progetto che dia a tutti una ragione per dare il meglio di sé senza avere il timore che ci sia qualcuno che non rispetta la fila, qualcun altro che ha degli sconti, delle corsie preferenziali. E’ questa la nuova frontiera per la politica italiana, per il paese: giustizia, equità, valorizzazione di chi è capace, a prescindere dall’ ambiente di origine, dalle appartenenze politiche, dalle famiglie. Questo non deve essere semplicemente un cavallo di battaglia dell’Unione nella campagna elettorale, ma un richiamo costante, nell’azione di governo, a tutti coloro che dovranno prendere delle decisioni. Che siano scelti per le loro competenze, per l’onestà, se questa non è considerata una dote fuori moda, per la capacità di incoraggiare, di sconfiggere la rassegnazione, di contribuire a creare quell’aria nuova nella politica, nella cultura. Pensiamo davvero a come potrebbe essere una televisione diversa, senza censure, ma anche meno intossicata dalla stupidità, dalla faziosità, dalla volgarità.

“Questo è un paese dove i figli degli avvocati fanno gli avvocati e i figli dei disoccupati fanno i disoccupati.” E’ una battuta dell’ultimo, bellissimo spettacolo di Paola Cortellesi. Forse molto di più di una battuta. Sappiamo che il nostro è un paese bloccato. Che al di là di qualche eccezione, i destini individuali, le carriere, persino il successo vengono decisi troppo spesso dall’appartenenza a una lobby, a una famiglia, a un ambiente. Che ci sono posizioni di privilegio ereditarie che formano una casta impenetrabile, inamovibile, posizioni occupate da persone che hanno un grande potere, spesso inadeguate ai posti di responsabilità che occupano, il cui consenso è decisivo per l’approvazione di un progetto e che a loro volta devono ridistribuire favori , suggerire nomi, raccomandare. Conflitti di interesse, la frequentazione di uno stesso ambiente o l’appartenenza ad un gruppo di amici comuni, non di rado condizionano il giudizio, solo apparentemente super partes, di critici, opinionisti, intellettuali nei confronti di un libro o di un film. In alcuni casi, sciaguratamente, essi sono nel libro paga di produttori e editori. A coloro che sono nell’ombra, che non appartengono a nessuna lobby, che non hanno ancora crediti da far valere, è riservata una totale mancanza di attenzione, al limite della crudeltà.

Questi comportamenti non sono patrimonio esclusivo della destra. Essi sono la pratica costante di quel partito trasversale in cui la politica è lo strumento con cui si concludono affari e si costruiscono le carriere, all’interno di un intreccio di rapporti in cui, se si vuole lavorare, è difficilissimo non entrare a far parte, esserne complici, condividerne i privilegi e i compromessi. E il prezzo di tale appartenenza è una diminuzione della libertà individuale, dell’indipendenza di giudizio. Chi cerca di tirarsi fuori da questo intreccio di favori e obblighi, a meno che non abbia consolidato una posizione di potere personale, o non lavora o, comunque, non entra a far parte dei processi decisivi. E’ invisibile.

Questo partito degli affari, inciuci o magheggi, che ormai condiziona pesantemente la cultura, che entra nelle decisioni sui progetti da approvare, nelle nomine, nei criteri di assegnazione dei premi, nelle selezioni dei film nei festival, impedisce o meglio inibisce comportamenti indipendenti, condiziona il mercato rendendolo non libero. Non è mia intenzione mettermi su un pulpito, non si tratta di facile moralismo anche perché tutti coloro che hanno ottenuto un certo grado di successo, di notorietà (compreso il sottoscritto), non possono non avere il sospetto di essere o di essere stati parte di questo meccanismo. E’ una mancanza di libertà che riguarda noi tutti e in cui si richiede che tutti, in misura maggiore o minore, siano collusi. Ci sono, a volte, ahimè, giudizi che non sempre si possono esprimere ad alta voce, uno scontento che si alimenta nelle retrovie, una disillusione che porta molti giovani a guardare al proprio futuro accettando fin dall’inizio l’idea che per riuscire non è sufficiente studiare, impegnarsi, credere nel proprio lavoro, ma che, prima di tutto, bisogna avere delle conoscenze, degli appoggi.

In questi ultimi decenni l’affermazione di un certo modello di televisione ha prodotto una pedagogia contagiosa, del tutto negativa. Si è affermata un ideologia del successo che non si accompagna alla stima per sé stessi o a quella che viene conferita dagli altri. E’ una idea di successo dove è sufficiente essere famosi, conosciuti e riconosciuti, che non elimina, anzi amplifica le angosce, un successo che rende fragili, esposti alla depressione, alla perdita di autostima, spesso a una deriva esistenziale. In questa logica di inclusione/esclusione dalla lista di coloro che ce l’hanno fatta non esiste altra alternativa che il fallimento, la frustrazione. E’ su questo tipo di valori, o di non valori, che si è fatta strada la pedagogia, o la non pedagogia berlusconiana: una sistematica opera di diseducazione della gente, la frantumazione di qualsiasi idea di comunità, la scomparsa di qualsiasi conflitto interiore tra bene e male, l’esaltazione del destino individuale al di là delle regole, il fastidio verso qualsiasi scrupolo o conflitto morale. Quello che conta è farcela, non importa come e a quale prezzo.

Personalmente, da qualche tempo, faccio fatica a firmare appelli, anche i più giusti, quelli a cui non ci si può sottrarre. Spesso attori, registi, personalità di rilievo del mondo dello spettacolo, sono chiamati a testimoniare con la loro presenza, a favore di una parte politica. E’ l’Italia dei vip. I giornalisti ne riportano nomi e cognomi solleticando la vanità di quelli che vengono citati e causando frustrazione in quelli che vengono dimenticati. Qualcuno sospetta che alcuni si facciano vedere in campagna elettorale per ottenere una posizione di vantaggio una volta che si sia insediato il nuovo governo. Coloro che hanno pudore, rimangono isolati, esclusi, senza causa e senza bandiera. Rattrista l’idea di affidare la capacità di attrazione di un progetto politico alla presenza di vip nelle varie manifestazioni dove, troppo spesso, artisti, attori, attrici sono ridotti a specchietto per le allodole, semplice ornamento della politica. E’ l’Italia della televisione, dell’Auditel. Dove il solo fatto di essere famosi o conosciuti è considerata una qualità. Che ne è della politica? Della moltitudine di “invisibili” che, ogni giorno, nei posti di lavoro, nelle scuole difende quello che resta della dignità di questo paese. Non meritano l’attenzione che è riservata al vip che porta voti? E allora ecco che “lo spettacolo” della politica si svuota di significato e quello che avviene nella società civile, poiché non visibile, non quantificabile, non trova rappresentanza nei tavoli dove si prendono le decisioni, o nei salotti televisivi.

Quello che mi chiedo è come si puo’ contrastare questa tendenza. Con quali valori e comportamenti alternativi? Rischierò di essere demodé dicendo che questo paese ha bisogno di principi e di speranza. Che forse si può pensare a un’ Italia che non sia quella dei furbi, dei cosiddetti vincenti, dove il disagio non ha diritto di cittadinanza, l’Italia degli affari sporchi, dell’intimidazione, dei modelli televisivi sempre piu’ avvilenti di uomini e di donne (oh, sì purtroppo. Quì l’indignazione non sarebbe mai troppa. Dov’è finito il movimento di opinione martellante, tambureggiante delle donne?), l’Italia del gossip, delle isole dei famosi, un’Italia sempre più depressa e incanaglita. Non parlo di censure. Mi chiedo solo se è da ingenui pensare che questa tendenza si possa contrastare, invertire. E se fosse possibile pensare a un’Italia migliore di questa, a una televisione migliore di questa, a una politica migliore di questa? Non basta una semplice successione al governo. Il declino di questo paese è così profondo, i guasti così gravi, che occorrono scelte e comportamenti eccezionali. Bisogna essere capaci di parlare alla parte migliore della nazione, di affidarsi a uomini le cui qualità morali non siano secondarie. Bisognerà davvero fare in modo che la politica non sia più un’attività separata dalle legittime aspirazioni di tutti. Una politica che è soprattutto strategia mediatica, fondata esclusivamente sul carisma televisivo, e che punta ad un consenso di tipo plebiscitario. E’ l’Italia dei comunicatori dove il cosìdetto successo mediatico fa terra bruciata di tutto ciò che gli sta intorno, rendendolo secondario, inutile, relegando nella clandestinità qualsiasi dissenso, qualsiasi altro argomento. Non si parla ad un’Italia di cittadini ma di fans, di tifosi, di sudditi. Il successo non deriva dal rispetto, dalla stima, dal “merito paziente”. Il culto mediatico della personalità esige l’ammirazione infantile, il fanatismo e una delega acritica e senza condizioni.

Questo paese depresso, diviso, sospettoso, incapace di desideri, di passioni può innamorarsi di nuovo. Il nuovo governo dovrà restituire qualcosa che non è contenuto nei programmi: speranza, orgoglio e il diritto a ritrovare una politica che ci rappresenti davvero e un senso più pieno nel nostro rapporto con la collettività.

Roma, 12 Aprile 2006

Giuseppe Piccioni

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Il 7 maggio 100autori ha promosso al Teatro Ambra-Jovinelli di Roma un incontro tra il ministro Francesco Rutelli e gli autori di cinema, registi, sceneggiatori, attori, tecnici.

Ecco alcuni degli interventi.

STEFANO RULLI: Il silenzio

“Centoautori” nasce da un silenzio. Il silenzio assordante che ha circondato per troppo tempo il caso Raicinema e le dimissioni del suo direttore generale a seguito di indagini giudiziarie. La prima cosa è stato chiedersi perchè la stampa e le televisioni avessero taciuto su un fatto così grave e significativo. La seconda chiedere alla RAI, con una lettera pubblica, criteri certi di competenza e trasparenza nella scelta del sucessore. Duecento autori hanno firmato questa lettera ma sui giornali non è uscito neanche un trafiletto. Dalla Rai siamo stati convocati, ascoltati e rispediti a casa senza alcun impegno. Riflettendo tra noi della cosa, abbiamo capito che a preoccuparci ormai era un altro silenzio. Più grande. Il silenzio sul ruolo della cultura nel nostro paese. Per governare non si può parlare per mesi e mesi solo di tasse e sacrifici. C’è bisogno di qualcosa di altro e di più: di un sogno che non sia una illusione, di un progetto che permetta all’Italia di liberarsi dall’immagine un po’ consunta del bel paese per diventare, finalmente e per una volta, un buon paese. Perciò, quando è emersa la volontà del governo di fare una nuova legge per il cinema, ci è sembrato giusto esprimere i nostri convincimenti in un documento per poi chiedere un confronto su questo a chi nel governo si sta occupando della cosa e interrogarci assieme a loro sul senso della legge. E il senso di una legge per il cinema rimanda inevitabilmente a quello del cinema stesso, al ruolo che ha in un paese, alle sue caratteristiche, a quella che si chiamava un tempo la sua missione. Se il cinema italiano dal dopoguerra ai primi anni settanta aveva sviluppato un intenso rapporto con il pubblico grazie ad autori in sintonia con bisogni e contraddizioni della loro società, con gli anni ottanta e la fine delle battaglie in nome di grandi ideologie, il nostro cinema smarrisce la capacità di innovare quell’immaginario collettivo in cui si riflette come in uno specchio l’identità di un popolo. Quello specchio è andato in pezzi: per l’avvento del fascismo-consumismo paventato da Pasolini, per quello che lui chiamava il “genocidio” delle coscienze, per la crisi profonda dell’idea stessa di moralità pubblica. L’individualismo, il narcisismo, il protagonismo sono diventati i valori fondanti di una società dove ormai la parola d’ordine è “ arricchitevi come potete”. A poco a poco, nell’ultimo ventennio, per prova ed errore, film dopo film, il nostro cinema ha riscoperto un suo modo per tornare a raccontare il paese non più sognando grandi specchi in cui riflettere la complessità del reale, ma cercando pazientemente di cogliere immagini parziali eppur significative di una realtà che è di suo parcellizzata, frantumata, difficile da ricomporre in un unico disegno. E come il cinema del dopoguerra aveva trovato tra le macerie materiali dell’Italia del ’45 un nuovo senso all’essere uomini, gli autori italiani degli anni novanta hanno riscoperto il loro senso scavando tra le macerie morali che sono attorno a noi e dentro di noi. Ecco, se è possibile individuare un minimo comun denominatore tra i nostri film, è proprio qui: nella volontà di misurarsi con una frammentarità che non significa però assenza di senso, cercando in essa barlumi di nuovi valori, di nuove passioni, di nuove speranze. Tornando alla legge, noi pensiamo che essa debba trovare il suo senso proprio nel fornire al cinema italiano strumenti che gli permettano di sviluppare al meglio la sua identità. Per raccontare una realtà sempre più complessa, frantumata, diversificata, occorre perciò dare spazio a un cinema dove ci siano più voci, più stili, film grandi e film piccoli, grandi racconti e opere di ricerca, coproduzioni e videofilm. Ci auguriamo che l’ incontro di oggi possa servire al mondo della politica, e più in particolare al governo, per guardare al problema della legge da questa nuova ottica. Ma questo incontro serve prima di tutto al mondo del cinema. Per anni anche noi come gli altri italiani siamo stati incapaci di pensarci con una identità comune, ognuno chiuso nell’ossessione del suo film da fare, solo contro tutti, al di là dei sorrisi di circostanza felice che il film dell’altro fosse stato un disastro al botteghino o sui giornali, per considerarci, nei casi migliori, gli unici sopravvissuti, o nei peggiori mimetizzarsi nell’insuccesso generale. Oggi , per la prima volta dopo molto tempo, siamo qui tutti insieme a testimoniare con il nostro documento, con le mille firme raccolte, con le persone presenti in questa sala, che un cinema italiano è tornato ad esistere. Alcuni politici ci hanno invitato ad essere realisti nelle nostre richieste, perchè niente può cambiare nel nostro settore se non si hanno alleati tra i poteri forti (intendendo per questi tv pubbliche e private, banche, apparati dei ministeri). Bene, oggi siamo qui signor Ministro per dire a lei e al governo di cui fa parte, che anche noi siamo un potere forte. Forte, perchè senza di noi e la nostra creatività il cinema semplicemente non esiste. Forte perchè non siamo più autori divisi e dispersi ma un cinema. Ora sta a voi decidere da quali poteri volete essere sostenuti. Noi siamo pronti a fare la nostra parte se voi avrete il coraggio di fare una legge giusta. Ma siamo anche determinati a contrastare proposte che eludano le nostre richieste più qualificanti. Il nostro auspicio è che il governo Prodi sappia scegliere i suoi alleati e si schieri col “potere forte” del cinema italiano per fare leggi che aprano davvero il mercato e consentano ai cittadini di vedere più film e film migliori.

CARLO VERDONE: Cinema è Cultura

Questo incontro non può che rappresentare un’ottima opportunità di dialogo tra cineasti e politica per collaborare con serietà alla presentazione di una nuova,importante legge sul Cinema. Sappiamo benissimo che il Paese ha tanti altri problemi di vitale importanza primi fra tutti quelli sull’occupazione,sul lavoro precario,sulle pensioni…. Ma non mi sento di dire che la questione “Cinema” è un aspetto secondario in un momento così bisognoso di riforme e nuove leggi. Perché se consideriamo il Cinema nel suo unico aspetto di intrattenimento commettiamo un gravissimo errore. Il Cinema non è solo svago,il Cinema è Cultura. Il Cinema è “fermare una memoria storica”, è “raccontare il presente” e “prevedere spesso il futuro”. Mai come in questo momento c’è un decadimento culturale preoccupante nella società.Una società che ,grazie a cattive filosofie, ha imparato a prediligere la “quantità”(share,auditel etc…) alla “qualità”. E quindi a confondere il valore di un’opera in base ad un parametro quantitativo. Certo,l’ideale sarebbe coniugare le due cose perché non siamo così pazzi da non comprendere che il Cinema è una grande industria che ha bisogno di risultati attivi che tutti noi vogliamo ed auspichiamo. Ma arrivare a questo risultato completo non è affatto facile. I risultati di affluenza del pubblico italiano verso pellicole nazionali,negli ultimi due anni hanno dato risultati inaspettatamente positivi. Certamente le commedie sono state la locomotiva principale,ma è anche vero che pellicole “difficili”,non comiche hanno fatto la loro parte. Ma arrivo a dire (io che faccio commedia) che è ancora troppo poco l’interesse per i film d’autore il cui valore è stato riconosciuto a livello mondiale. Film come Babel o Le Vite degli Altri,per fare un esempio, avrebbero meritato ben altro interesse ed affluenza di pubblico nel nostro Paese. Ma quando si arriva a definire a priori “una noia” un film che non promette risate,ma assicura poesia e profondi contenuti vuol dire che non c’è più pazienza per la riflessione,che non si ha voglia di pensare più di tanto evitando tutto ciò che non sia “evasione”. Ed è qui che si deve ripartire per un recupero di una sensibilità culturale verso le nuove generazioni. Come? Iniziando magari con la Scuola, cercando di sviluppare “un senso critico” in un alunno delle superiori con la visione di 6 grandi film italiani per anno scolastico.La Televisione Nazionale e una rete Mediaset dovrebbero,con coraggio,perseguire un’etica culturale, trasmettendo almeno una volta a settimana un film nazionale non a mezzanotte e mezzo, ma in prima serata.(Basterebbe togliere una puntata su Cogne,che è diventato ormai il nostro insopportabile Twin Picks a costo zero…) Dare più risorse al Centro Sperimentale di Cinematografia,tra le poche scuole a garantire un vero ricambio generazionale.Il Centro Sperimentale che conta ottimi insegnanti e al quale dobbiamo dire grazie per averci fornito ultimamente attori entrati in film di successo,ha un bisogno estremo di ammodernare la sua tecnologia che rischia di non essere più attuale.Non dobbiamo permettere che studenti seri e motivati se ne vadano in America o in Gran Bretagna per ottenere una formazione adeguata.Bisogna favorire e sostenere la Sperimentazione seria! Io e molti della mia generazione dobbiamo dire grazie ad Alberto Grifi che grazie alle sue opere sperimentali ha fatto crescere in noi la voglia di accostarci al cinema in luoghi come il Filmstudio,il Cineclub Tevere,L’Azzurro Scipioni che ,anche attraverso retrospettive, ci hanno mostrato l’intera opera del Cinema Italiano compiendo un atto di grandissimo valore didattico e culturale. C’è poi un’espressione che non vorremmo più sentir dire,soprattutto da certi quotidiani o da certi politici. Quella del “Cinema Assisitito”. Il Cinema Italiano è tutto tranne che assistito! Quando scopriamo che lo Stato dà all’editoria tra i 650 e 690 milioni di euro,quando con sorpresa notiamo che piccolissimi quotidiani o settimanali molto ma molto locali prendono dai 2 ai 2.500 milioni di euro,secondo voi i nostri 79 annui (che l’anno scorso erano 69) sono un’assistenza? Con che coraggio si parla di “Assistenza” con un Cinema tededesco che ne prende 250 e di uno spagnolo che ne ottiene 90? E ovviamente glissiamo su quello francese che arriva al miliardo….. Da oggi questa espressione va quindi bandita. Come ultima cosa chiediamo il vostro impegno a fermare lo scempio della chiusura della sala unica nel centro,unica possibilità per un pubblico di mezz’età ed anziano di andare a vedere un film. Se il Cinema è Cultura ,la Sala Cinematografica è la Biblioteca dell’immagine.Una biblioteca speciale che acquista sempre più valore nella condivisione di un’opera. Non distruggiamo la possibilità,una delle pochissime ed ultime possibilità, di aggregare le persone verso un’emozione. Faccio Commedia e continuerò a farla nel migliore dei modi,ma come spettatore sento il bisogno di vedere altro. Non voglio morire da spettatore vedendo solo Commedia all’Italiana.

BERNARDO BERTOLUCCI: La parola “cultura”

Da qualche anno mi sembra che siano i film a guardare me, invece del contrario. Mi guardano non amichevolmente. Anche questa è una delle ragioni per cui sono qui oggi, abbiamo l’occasione rara e preziosa di coinvolgerla direttamente signor ministro della cultura, tutti insieme individualmente. Io vorrei parlarle del grandissimo disagio che provo ormai da tempo, soprattutto dalla campagna elettorale dall’anno scorso. Il perchè di questo disagio è semplice: non ho mai sentito, nei discorsi dei politici per cui mi preparavo a votare, pronunciare la parola cultura. Neanche per sbaglio. Censurata? Cancellata? Dimenticata? Sottovalutata? o rimossa. Come se i politici della nostra area di riferimento ignorasserro che la sottocultura imposta dalle grandi centrali televisive ha creato generazioni di giovani( e non solo) infelici e assenti, senza sapere di esserlo. Incapaci di capire, di leggere, di interpretare la realtà che li circonda. Non vedo altra spiegazione per spiegarmi come la metà del paese dopo cinque anni di centro destra abbia votato ancora per il centrodestra. Zero cultura uguale feroce ignoranza. Qualcun’ altro parlerà più avanti del micidiale duopolio Rai-Mediaset. Sul tema televisione generatrice di sottocultura io mi chiedo e le chiedo: perchè in Italia non è stata possibile la nascita di un canale come ARTE’, la cui ragione sociale è il fare cultura, diffonderla, allargare il numero dei suoi autori scoprendone di nuovi, inventandoli, promuovendoli. Quante volte abbiamo visto la parolina Arte nei titoli dei film e documentari più interessanti degli ultimi anni. Varrebbe la pena di interrogarsi sul perchè da noi qualcosa di simile è stato impossibile, inimmaginabile e sul perchè non ci si cominci a lavorare ora, invece di limitarsi a protestare e subire il degrado dei canali più popolari. C’è stato un momento, verso la metà degli anni settanta, che vorrei ricordare a tutti e anche a lei che lo ha vissuto, in cui sembrava essersi trovata una gioia, una sintesi tra la cultura di questo paese e la sua gente. Le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale. In quel clima di straordinaria tensione creativa e morale e politica abbiamo visto qualcosa di irresistibile: gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando. Non vivo nel miele della nostalgia o nell’illusione che quello stato di grazia collettivo possa ripetersi ma sono certo che ricordarlo costituisca un diritto per chi come me ci ha vissuto dentro come un topo nel formaggio. Perdonatemi l’autocitazione, ma un’esempio è NOVECENTO, riuscito o meno non conta, un film completamente partorito da quel clima e premiato dal grande impatto che ebbe sulla gente. Le chiedo: crede che un film come quello sarebbe possibile oggi, nella sua libertà, nella sua utopia produttiva, nella sua megalomania, nell’estremismo delle sue contraddizioni? Io so che per anni ho tentato di chiuderlo con un terzo atto che arrivava ai giorni nostri ma ho dovuto rinunciare per onestà: il clima culturale era sfumato. Mi torna in mente anche SALO’, l’ultimo Pasolini, girato negli stessi mesi e a poche decine di chilometri, film atroce e sublime. Sarebbe possibile oggi SALO’ ? Insomma, signor ministro, questa è la richiesta e l’invito che noi facciamo a lei e al suo gruppo di lavoro, di cui vogliamo sentirci parte attiva e dialetticamente integrante, ed è per questo che siamo qui. L’elaborazione di un progetto culturale articolatissimo ambiziosissimo e economicamente molto impegnativo, almeno quanto una delle opere pubbliche di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni fino alla nausea. Altro che assistenzialismo! E’qualcosa che è avvenuto fisiologicamente in altri paesi, vedi la Francia. Un esempio: penso a un numero davvero sconsiderato di opere prime, un’infinità, una cavalcata di ricerca e di sperimentazione, nella certezza che anche così il cinema ricomincerà a essere nutrito e a nutrire la realtà che lo circonda. Per concludere: cerchiamo insieme una maniera per rendere il terreno creativo molto più fertile, lo chiediamo a lei, ministro. Sappiamo che è molto difficile e soltanto con l’impegno di tutti noi sarà possibile cominciare a pensarci su. Come fare? Non lo so. So soltanto che ho visto molti autori italiani stanchi di essere i bozzoli della loro creatività, condannati a galleggiare solitari sulla superficie ormai liquida della società. E il vero senso di questo incontro è la rivendicazione del nostro diritto di partecipare all’elaborazione della nuova legge del cinema.

GIUSEPPE PICCIONI: L’aria nuova

Mi è stato chiesto di fare un intervento sulla questione morale non perché sia depositario di chissà quali virtù ma perché un anno fa, alla vigilia delle elezioni politiche, ebbi l’impulso di scrivere una lettera aperta ai leader dell’Unione. Questa lettera non era animata nessun tipo di intenzione giustizialista ma dal desiderio ingenuo che, coloro che si apprestavano a governare il paese, raccogliessero un sentimento diffuso di disagio. Mi sembrava che fenomeni come conflitti di interesse, la concentrazione del potere decisionale nelle mani di pochi e una rete sempre più estesa di connivenze e complicità – anche nelle scelte che riguardano la cultura – avessero conseguenze devastanti sulle carriere e i destini individuali e fossero tra le questioni a cui quel governo doveva mettere mano per cominciare a diffondere davvero in questo paese un’ aria nuova, un sistema di regole uguali per tutti, una speranza di equità e di giustizia. Che compito affascinante signor Ministro! Che possibilità che avevate e avete di lasciare davvero un segno nella storia di questo paese! Il movimento dei centoautori, questa assemblea, il cinema italiano si rivolge a Lei Signor Ministro non per chiedere ma per essere ascoltato perché vuole che il dissenso su certe questioni non rimanga confinato nelle retrovie, nei mugugni, nella clandestinità, nella deriva qualunquistica contro la politica. E che le opinioni possano essere espresse alla luce del sole , in uno spirito non di recriminazione ma davvero di servizio nei confronti del paese. Per liberare risorse, energie, talenti. Il movimento dei centoautori attraverso due lettere aperte si era già espresso in merito alle vicende che avevano riguardato Rai Cinema, aveva chiesto che il nuovo amministratore delegato di quella struttura così importante venisse nominato in base a criteri di competenza e di professionalità, che amasse il cinema italiano e che avesse dato prova di correttezza nelle esperienze e negli incarichi assunti in passato. Ci sembrava venuto il momento che nelle scelte dei vertici delle aziende pubbliche così come in quelle riguardanti il cast di una fiction prevalessero finalmente i meriti, il talento, le capacità e non il sistema di relazioni in cui si è inseriti. Perché, come ha detto lei stesso Signor Ministro pochi giorni fa, il Cinema non può avere un padrone, e la Televisone e il Cinema non possono essere considerati il regno di qualcuno. Fino ad ora su quella questione non abbiamo avuto risposte. E’ per questo che guardiamo con speranza, ma anche con preoccupazione alla creazione che la nuova legge dovrebbe prevedere di un Centro Nazionale per il Cinema. Perché dobbiamo scongiurare che diventi un altro Moloch a disposizione della politica, che si riproducano le storture e i comportamenti discrezionali. Che anche questa istituzione diventi un centro di potere. Chiediamo, a tale proposito che questo organismo non sia affollato da direttori di nomina politica, che la linea editoriale, gli indirizzi, così come avviene in Francia siano decisi da un Consiglio di Amministrazione formato dalle rappresentanze del mondo del Cinema (non una consulta innocua e che non conta nulla) , che i cosìdetti automatismi non siano a favore dei soliti pochi, che gli incarichi direttivi siano a termine (un paio d’anni) così come dovrebbe essere per tutte le aziende pubbliche, e in tutte le aziende pubbliche vorremmo che sia normale un clima di trasparenza dove insieme alle linee editoriali venissero resi pubblici i bilanci e tutte le attività di carattere economico. Noi, le mille persone che hanno firmato questo documento, quelle che affollano questo teatro, siamo tutti qui per comunicarle questo disagio profondo, perché vogliamo che la politica torni finalmente a parlare al cuore del paese. Le mille adesioni raccolte con grande facilità tra persone così diverse per gusti, scelte, professionalità e competenze suggeriscono una cosa sola: che i tempi stanno cambiando Signor Ministro. Raccolga questo messaggio, si faccia interprete insieme con noi, insieme alle associazioni, alle forze politiche che sostengono il governo, all’informazione, alle persone che sono in questa sala di questo desiderio di cambiamento. E che questo desiderio percorra tutto il paese e dissolva cupezze e angosce, furbizie e iniquità, volgarità e paura, arroganza e inganno. E al posto di tutto questo ci siano orgoglio, speranza e fiducia. E ci sia finalmente… l’aria nuova.

GIULIO MANFREDONIA: Accesso e fomazione – tabù del cinema italiano privo di programmazione

Io sono qui a rappresentare il malessere dei giovani autori. E già questo, il fatto che sia io, con la mia pancetta e i miei pochi capelli brizzolati a rappresentarlo, può darvi un’idea di quanto in Italia oggi si arriva tardi e con troppa fatica a realizzare dei film. Alla mia età Lattuada aveva già fatto 12 film, Steno 18, per non parlare di autori più prolifici come Bragaglia o Mastrocinque. E non è un problema che riguarda solo me. E’ un fenomeno di amplissime proporzioni, che il critico Callisto Cosulich in un suo recente saggio sul tema ha definito “il fenomeno dei registi desaparecidos”: dal 1994, l’anno della legge Veltroni, ad oggi hanno debuttato oltre 500 registi. Molti di questi film hanno avuto ottima critica ed hanno rappresentato l’Italia con successo nei maggiori festival internazionali. Ma di tutti questi registi, quelli che ad oggi sono arrivati a realizzare il loro terzo film, il passaggio alla “maggiore età” di un regista, si contano sulla punta delle dita, sono in tutto una decina o poco più. Tutti gli altri si sono persi: alcuni hanno trovato occupazione in altre professionalità del settore, altri hanno cambiato completamente tipo di lavoro (c’è n’è uno che produce un olio molto apprezzato dagli attori di Hollywood, un altro ha aperto delle lavanderie, uno fa l’agente immobiliare) qualcuno è finito prematuramente in una casa di cura, altri ancora annaspano nel tentativo di realizzare un altro film. Ora è del tutto naturale che vi sia una selezione tra coloro che iniziano a fare cinema, accade in tutti i paesi ed è giusto che sia così, ma quando la percentuale degli esclusi supera largamente il 90 percento il fenomeno assume dimensioni evidentemente patologiche. Oggi in Italia non è troppo difficile debuttare, ma quello che appare un ostacolo insormontabile è, una volta usciti dalla “fascia protetta” dell’articolo 8, continuare. La situazione è stata sicuramente resa molto più difficile dalla politica culturale dell’ultimo governo Berlusconi. Il ministro Urbani ha più volte dichiarato l’obbiettivo manifesto di ridurre il numero di film prodotti nel nostro paese, sostenendo che il mercato non era in grado di recepirne più di un certo numero (fissato approssimativamente in 40-50 l’anno) Ma il cinema è un’industria molto speciale, che fa dell’innovazione, della ricerca e della creatività il suo motore essenziale, e dunque ha bisogno di un ampio volume di produzione per dare frutti. Un’agricoltura “a semina larga”, in cui quantità è sinonimo di qualità e di diversità, e a un calo della prima consegue necessariamente un decadimento delle altre. Non a caso i paesi europei modello nel settore adottano da sempre una politica diametralmente opposta: in Francia si producono regolarmente da decenni oltre 250 film l’anno, ma anche in Danimarca, con i suoi 5 milioni di abitanti, la produzione cinematografica è costantemente sopra le 25 opere l’anno. La storia di Stalin. Ma è chiaro che questa politica ha danneggiato per primi proprio quei registi che non avendo ancora consolidato un “patto di fedeltà” con il proprio pubblico venivano considerati più a rischio, ossia proprio i nuovi autori. E’ un discorso che vale per i registi, ma si potrebbe fare in modo del tutto analogo per i giovani attori, i giovani direttori della fotografia, i giovani montatori, eccetera. Stiamo dunque parlando di migliaia di persone. Oggi, in Italia, i due colossi legati direttamente alle emittenti televisive sono i principali, se non gli unici, interlocutori produttivi possibili. Senza Rai e Mediastet, e dunque senza RaiCinema e Medusa, è quasi impossibile produrre un film. Ora è chiaro che per la loro natura “generalista” e proprio perché “Major”, questi gruppi prediligono investire su autori più consolidati e, non avendo nessun vincolo a investire nel nuovo, faticano a uscire dalla stretta cerchia delle “produzioni sicure”. Ed è invece proprio alle nuove generazioni di registi che toccherebbe il compito di raccontare le novità che emergono nel paese, i cambiamenti che avvengono nella società, le nuove generazioni. (Probabilmente le difficoltà di questo tipo di registi corrispondono alla fatica che ha oggi questo paese di rispecchiarsi nel suo cinema.) E’ un problema che coinvolge anche il settore della formazione, che vede nel Centro Sperimentale l’istituzione di eccellenza. Ci piacerebbe che questa scuola fosse diretta da un Grande Maestro, un regista che abbia davvero da trasmettere una conoscenza specifica e ampia, che abbia lasciato un segno importante nella storia del cinema. In Italia ce ne sono molti. Vorremmo essere sicuri che il talento venga sempre premiato nelle selezioni, e non esistano raccomandazioni di sorta, che ad essa siano assegnate risorse degne di una scuola che ha il compito di formare i cineasti di domani, e che queste risorse siano più indirizzate nell’attività didattica che non assorbite come accade oggi negli stipendi di un numero forse eccessivo di dipendenti ed in fine che accanto alla scuola “di eccellenza”, nazionale e collocata a Roma, nascesse una rete ad essa collegata di scuole regionali, sia per favorire il decentramento del cinema e coinvolgere l’intero paese nella produzione di film, sia per permettere agli studenti di cinema di scegliere di restare nella propria regione. Un ultima considerazione riguarda la continuità del lavoro: un regista italiano oggi fa un film, in media, ogni 4-5 anni. E questo soprattutto perché realizzare un film oggi comporta un iter produttivo infinito e pieno di insidie. E’ chiaro che nessuno di questi registi maturerà mai una pensione, ma a parte questo, se una tale rarefazione del lavoro è grave per un autore consolidato, è mortale per un giovane, che ha un’assoluta necessità di fare, provare, sbagliare, e solo attraverso l’esperienza ed il lavoro può crescere e migliorare. Potrei fare mille esempi di grandi registi che hanno fatto opere prime scarse. Trouffaut bruciò il suo primo cortometraggio. Quando Cassavetes vide il primo film di Scorsese, America 1929, gli disse: “Martin, perché fai queste cagate?” Forse grazie a questo incoraggiamento subito dopo Scorsese fece Main Streets, tra l’altro grazie al tax shelter. Anche da noi comunque, qualcuno si è organizzato, si sa. L’arte di arrangiarsi ci appartiene. Con le moderne tecnologie oggi si possono realizzare dei film a costi molto contenuti e con una qualità non necessariamente troppo inferiore. E’ un cinema che sorge oggi in maniera spontanea un po’ dappertutto, ma che per la normativa vigente non ha diritto alla Nazionalità Italiana e ai relativi benefici di legge. E’ un cinema vivo ed interessante, più simile all’artigianato che all’industria, ma che attualmente si fa quasi nella clandestinità, e una volta fatto non ha nessun percorso possibile di visibilità. Anche in questo le nuove tecnologie, con il sistema di “proiezione digitale” attraverso server, già sperimentato ampiamente in Inghilterra, ma anche attraverso i sistemi home video e internet, forniscano strumenti adattissimi per la diffusione di questo cinema. Un cinema che certamente non può produrre grandi fortune in tempi immediati, ma può costituire una risorsa importantissima per la vitalità del nostro cinema e la formazione delle giovani generazioni. Quali politiche e strategie intendete attuare per aiutare i giovani autori? E’ prevista una normativa per il cinema a basso costo? E per la sua distribuzione?

VALERIO JALONGO: Gli autori e la legge per il cinema

Voglio provare a dire brevemente una cosa per inquadrare una riflessione sulla legge cinema che voi vi preparate a presentare: da circa 30 anni, in tutto il mondo, si combatte una forma strisciante di guerra: è una guerra per il controllo della produzione e della distribuzione di immagini. Non è difficile intuire che i paesi che perderanno questa guerra saranno marginalizzati anche in altri settori e nell’immaginario culturale.

SCHERMO BIANCO SCHERMO NERO: Una delle critiche che riceviamo spesso è che il cinema italiano non ha molti spettatori. Ma basta dare un’occhiata sui banchetti che vendono DVD piratati, o collegarsi a internet e controllare quali titoli vengono scaricati per dimostrare il contrario. Il problema è che se il cinema è nato su uno schermo bianco, oggi la maggior parte dei suoi spettatori sono davanti agli schermi neri delle tv e dei computer. I nostri film ormai hanno vite lunghissime su questi schermi neri che non ripagano l’investimento in misura adeguata.

MINIMO GARANTITO: Tutti sappiamo che quella cinematografica è un’industria di prototipi e una delle attività imprenditoriali più rischiose che esistano. Eppure il nostro cinema, che come disse una volta De Laurentiis è girato in una lingua che non parla nessuno, quando poteva contare su libertà nelle idee e autonomia nella produzione, non è stato secondo a nessuno. Quel cinema poteva contare sul “minimo garantito” della distribuzione che suddivideva il rischio del produttore tra più soggetti e faceva anche sì che ci fosse una rete di sale cinematografiche pronte e motivate a sostenere il film che avevano co-finanziato. Per questo pensiamo che nessuna legge che voglia essere efficace può prescindere da questi due elementi: • indipendenza e autonomia dei produttori • suddivisione del “rischio” di produzione sui nuovi mezzi di distribuzione – le pay tv, l’home video, internet.

PRELIEVO DI SCOPO: Siamo convinti che uno dei punti di forza di questa legge debba essere il cosiddetto prelievo di scopo, cioè una forma di autofinanziamento del cinema garantita da coloro che il cinema lo utilizzano o da coloro che ne traggono dei profitti. Credo che questo prelievo debba essere visto anche come un’anticipazione da parte di tutti i media che utilizzano i film, insomma, una sorta di “minimo garantito”.

DANIMARCA FRANCIA E 200 FILM: Ed è proprio un obbligo di “minimo garantito” alla base di uno dei fenomeni più interessanti di questi anni, il cinema danese. In Danimarca, 5 milioni di abitanti, oggi si producono 25 film all’anno. In Francia con una popolazione pari alla nostra, se ne realizzano 250 all’anno. Noi siamo convinti che ci sia un rapporto ineludibile tra quantità e qualità, e pensiamo che, mantenendo lo stesso rapporto di Danimarca e Francia, dovremmo puntare a produrre intorno ai 200 film l’anno.

CONDIZIONI DI LAVORO: Oggi il rischio di sbagliare un film è un peso molto grande, visto che sappiamo che il prossimo forse lo potremo fare dopo 3, 4, perfino 5 anni. Quando poi finalmente arriviamo al momento di girare, abbiamo in media meno settimane di riprese rispetto a quelle su cui poteva contare un nostro collega negli anni Sessanta e Settanta, quando la giornata di lavoro per di più era più lunga e si potevano fare anche più ore di straordinario. Oggi, il costo di un nostro film è in media meno della metà di un film francese. Tutto queste considerazioni per dire una cosa molto semplice: spesso non solo gli autori lavorano in Italia al di sotto delle proprie potenzialità, ma anche i tecnici, le maestranze, gli attori. SKY In Italia c’è un soggetto monopolista, Sky, che ha circa 2 miliardi di euro di fatturato ma che pur avendo nel cinema una delle sue principali fonti di reddito, paga in maniera irrisoria i film italiani, pretendendo tra l’altro di premiare solo quelli che hanno avuto successo. È come se un’industria farmaceutica chiudesse il proprio centro ricerche, i propri laboratori, e pretendesse di acquisire da qualche altra società solo i farmaci che hanno avuto successo pagandoli un decimo del loro costo effettivo. Ma quanto lavoro, quanti tentativi ed errori ci sono dietro un successo, quanti fallimenti?

LEGGE DI SISTEMA: Alla velocità con cui si stanno saldando gli interessi forti di grandi distributori e produttori – pensiamo a Sony, alla stessa Sky con Twentieth Century Fox, alle major sempre più integrate – di fronte ad internet in cui già oggi le immagini costituiscono il 90% di tutte le informazioni presenti in rete, e di fronte alla rivoluzione digitale che cambierà il modo di produrre e distribuire i film, non penso di essere il solo a pensare che questa è veramente la nostra ultima occasione per stabilire una seria legge di sistema che consenta di regolamentare gli oligopoli e le posizioni dominanti sul mercato. In tutti i paesi in cui sono state emanate leggi chiare in materia, la produzione, il consumo e l’apprezzamento per le opere nazionali è cresciuto enormemente.

COMPETENZA TALENTO PASSIONE: In questa sala, Signor ministro, c’è un enorme capitale di competenza, talento e passione che attendono di essere liberate. Eppure queste non sono semplici rivendicazioni di categoria, perché la situazione che abbiamo delineata va a toccare la nostra libertà d’espressione, e la qualità stessa della nostra democrazia. Per questo nel nostro documento abbiamo parlato di un diritto dello spettatore prima ancora che del nostro diritto alla libertà d’espressione. Vorrei concludere citando un grande produttore inglese, David Puttnam, che a scritto: “ciò che tiene insieme un popolo, la sua ricchezza maggiore, è la sua creatività, il suo patrimonio di originalità e di proprietà intellettuale [che va tutelata signor ministro] cioè il suo serbatoio di idee e di cultura, la sua capacità di rinnovarsi senza perdere il senso della propria identità.” Nell’affrontare questi problemi ci attendiamo da parte vostra la stessa indipendenza, la stessa onestà intellettuale e lo stesso coraggio che vorremmo poter mettere nella realizzazione dei nostri film.

FRANCESCA COMENCINI: Pluralismo produttivo

Per la forza del cinema italiano e’ essenziale la diversità dei film che lo compongono e cioe’ la molteplicita’ dei punti di vista e delle sensibilita’.Quando parliamo dei film che compongono il cinema italiano è bene ricordare che parliamo anche dei film documentari.Perche’ cio’ avvenga devono poter esistere molti diversi poli creativi e produttivi. Molti registi, molti produttori che abbiano autonomia di iniziativa e decisione e possano lavorare insieme, nel rapporto dialettico ed essenziale che unisce questi due soggetti: entrambi legati in modo diverso ma ugualmente intenso al destino del loro film, che è per loro una scommessa totale.In questo senso è molto importante per incoraggiare la varietà dei progetti e l’autonomia e il coraggio di produttori e registi anche il tax shelter, tante volte chiesto e mai realizzato, che è uno strumento essenziale per moltiplicare e diversificare le fonti di finanziamento.La limitazione della diversita’ riduce la libertà di espressione, abbatte la qualita’, e, in prospettiva, distrugge il genere e danneggia il mezzo.Un esempio concreto e’ sotto I nostri occhi. La fiction italiana, grazie agli investimenti indotti dalla legge 122 e al lavoro di molti produttori scrittori e registi, ha conquistato il mercato nazionale. Ma il potere assoluto di due sole committenze che col tempo si e’ stabilito, ha abbassato la qualita’ dei prodotti. Non vogliamo che questo succeda al cinema. Non vogliamo che un sistema con due sole fonti obbligate di finanziamento, Medusa e Rai cinema, che si pongono come arbitri dei contenuti, riduca le differenze e quindi la libertà, la qualita’ e quindi il successo del nostro cinema.Le televisioni devono diventare soprattutto acquirenti di diritti, dai produttori e dai distributori indipendenti: cosi’ si moltiplicheranno e rafforzeranno i soggetti della produzione, che potranno essere gli interlocutori di film creativi diversi e concorrenti, perchè il cinema italiano sia un cinema che contiene molti cinema e non un cinema volto all’omologazione.Domanda: Lei, signor Ministro, come Ministro della Cultura e come vicepresidente del Consiglio intende affrontare queste due questioni per noi essenziali, quella dell’aumento delle risorse e della regolazione dell’antitrust?
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Lettera di Bernardo Bertolucci al direttore di Repubblica, 11/giugno 2007

Caro direttore, qualche giorno fa ho sentito a un Tg questa frase: «Dal governo di centrosinistra vogliamo azioni, ma concreti, tutto il resto è… poesia». Partirei proprio da queste parole di Berlusconi, credo passate inosservate, perché ripropongono così esemplarmente la mappa elementare del rapporto tra B. e la cultura. Da un lato gli affari, i valori veri, quel che per lui conta nella vita, dall’altro qualcosa che suona più o meno un dileggio. La parola poesia usata come sintesi della miseria che ci rimane se non si condivide la sua visione del mondo: fumo, illusioni, fastidiose bugie. Poesia più o meno uguale spazzatura. Un vero e proprio lapsus rivelatore. Oggi come allora, voglio parlare del disagio che provo ormai da tempo, soprattutto dalla campagna elettorale dell’anno scorso. II perché è semplice: non ho mal sentito nei discorsi dei politici per cui mi preparavo a votare pronunciare la parola cultura. Dimenticata? Sottovalutata? Rimossa? Come se i miei politici di riferimento ignorassero che la sottocultura diffusa, o meglio imposta dalle grandi centrali televisive, sta creando generazioni di giovani infelici e assenti, che non sanno di esserlo. Così incapaci di leggere, di interpretare, di capire la realtà che li circonda da votare ancora una volta, dopo cinque anni di catastrofico centrodestra, per lo stesso centrodestra. In certe assunzioni di farmaci questo si chiamerebbe effetto paradosso. – Per esempio mi chiedo perché in Italia non è stata possibile la nascita di un canale come ‘Arte’, la cui ragione sociale è il fare cultura, diffonderla, allargare il numero dei suoi spettatori allargando insieme il numero dei suoi autori, inventandone di nuovi, promuovendoli. Varrebbe la pena di interrogarsi sul perché da noi qualcosa del genere è stato inimmaginabile almeno fino a ieri. C’è stato un momento, verso la metà degli anni Settanta (gli anni di Moro-Berlinguer) che vorrei ricordare a tutti coloro che lo hanno vissuto, in cui sembrava essersi trovata una gioia, una magia tra la cultura di questo Paese e la sua gente. Le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale. In quel clima di straordinaria tensione creativa e morale e politica abbiamo visto qualcosa di irresistibile: gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando. Non vivo nel miele della nostalgia o nell’illusione che quello stato di grazia collettivo possa ripetersi ma sono certo che ricordarlo costituisca un diritto per chi come me ci ha vissuto dentro come un topo nel formaggio. Perdonatemi l’autocitazione, ma un esempio è ‘Novecento’, riuscito o meno non conta, un film completamente partorito da quel clima e premiato dal grande impatto che ebbe sulla gente. Mi chiedo: un film come ‘Novecento’ sarebbe possibile oggi, nella sua libertà, nella sua utopia produttiva, nella sua megalomania, nell’estremismo delle sue contraddizioni? Io so che per anni ho tentato di chiuderlo con un terzo atto che arrivava ai giorni nostri ma ho dovuto rinunciare per onestà: il clima culturale e politico era sfumato. Mi torna in mente anche ‘Salò’, l’ultimo Pasolini, girato negli stessi mesi e a poche decine di chilometri, la distanza tra Mantova e Panna, film atroce e sublime. Sarebbe possibile oggi ‘Salò’? Per questi e molti altri motivi è nato il gruppo dei Centoautori, che riunisce soprattutto scrittori e registi cinematografici, e ci sembra il momento di richiedere e d pretendere dalla politica un progetto culturale articolatissimo, ambiziosissimo e economicamente molto impegnativo, almeno quanto una delle opere pubbliche di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni fino alla nausea. Altro che assistenzialismo! E qualcosa che è avvenuto fisiologicamente in altri paesi, vedi la Francia e qualcuno dovrebbe spiegarmi perché non può accadere da noi. Un esempio: penso a un numero apparentemente sconsiderato di opere prime, un’infinità, una cavalcata di ricerca e di sperimentazione di autori nuovi, nella certezza che anche così il cinema ricomincerà a essere nutrito e a nutrire la realtà che lo circonda. Per concludere: cerchiamo insieme una maniera per rendere il terreno creativo molto più fertile. Sappiamo che è molto difficile e soltanto con l’impegno di tutti noi sarà possibile cominciare a pensarci su. Come fare? Non lo so. So soltanto che ho visto molti autori italiani stanchi di essere i bozzoli vuoti della loro creatività, condannati a galleggiare solitari sulla superficie ormai liquida della società, da cui si sentono forzatamente alienati. E il vero senso di queste mie parole è la rivendicazione del diritto-dovere collettivo-individuale di ognuno di noi di partecipare all’elaborazione di questo progetto che nasce minoritario e doloroso ma potrebbe diventare entusiasmante e memorabile. Il cinema non è che la prima occasione per rompere una estraneità che si ingigantisce ogni giorno di più, una estraneità che ci fa sentire come morti, ma il sentimento che provo vorrebbe coinvolgere tutti quelli che come me hanno voglia di vedere un film che ancora non esiste, di leggere un libro che ancora non è stato scritto. Se tutto il resto è poesia, diamole una possibilità di esistere.
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In occasione dei David di Donatello abbiamo deciso di scrivere al Presidente Repubblica, Giorgio Napolitano. Non si tratta di una lettera rituale, ma di un appello sincero, come crediamo debba essere in questi tempi.

Caro signor Presidente, Un vastissimo gruppo di cineasti le rivolge questa lettera aperta, consapevole della grande sensibilità e attenzione da Lei più volte dimostrate in merito a tutte le questioni culturali. Sono anni che in Italia la cultura è considerata un valore secondario, da relegare in un ambito tutto esteriore e privo di reale importanza. Noi crediamo che tale stato di crisi sia anche il frutto di una strategia politica. L’eccessiva acquiescenza al mercato e la trasformazione di ogni cittadino in teleconsumatore, senza regole certe in grado di difendere il diritto degli spettatori a una fruizione ampia e diversificata, ha fatto dell’Italia un paese con poca chiarezza sul suo presente e con poche speranze per il futuro. Non ci stiamo rivolgendo a Lei, signor Presidente, per questioni di bottega, né tantomeno, per dirla volgarmente coi nostri denigratori, per battere cassa. Il cinema italiano è assistito dieci volte meno che in Francia e undici volte meno della nostra carta stampata, inclusi i cosiddetti giornali-fantasma. Ma l’informazione disinformata che racconta sempre di un cinema che fa film ladri e brutti, è solo un altro sintomo della malattia di un paese che ha sempre meno amore e rispetto per la propria cultura, per i propri artisti e quindi per se stesso. Crediamo che sia venuto il momento di far qualcosa per ribaltare una situazione insostenibile e per far entrare in Italia, a tutti i livelli, dalla politica all’informazione, una benefica ventata di aria nuova. Il 7 maggio, in un’assemblea gremitissima all’Ambra Jovinelli, alla presenza del Ministro dei Beni Culturali, il cinema italiano, per una volta tutto unito, per bocca dei suoi autori più prestigiosi ha parlato di democrazia, di etica, di libertà di espressione, di un autentico allarme civile riguardo al mercato cinematografico e, più in generale, ad un sistema audiovisivo che soffoca la libertà creativa necessaria a tutte le libertà, anche a quella degli imprenditori di rischiare e di investire. Il 7 maggio, per la prima volta dopo molto tempo, noi del cinema abbiamo deciso, in tanti, tutti assieme, che siamo pronti a lottare e ad accendere fuochi anche nelle altre arti e nell’informazione per riaffermare l’idea che la cultura è momento fondante dell’identità del nostro Paese ed elemento strategico del suo sviluppo. Ci rivolgiamo a Lei, signor Presidente, perché abbiamo la certezza che come noi, e più di noi, senta la necessità di dare nuovo slancio al nostro Paese e far ripartire non solo l’economia ma anche la cultura. Perché senza cinema, senza musica, senza arte, senza il bello, si spengono le luci, non si immagina più niente, ci si allontana dal resto del mondo e si muore di tristezza.

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Un intervento di Paolo Virzì sul sentimento di “antipatia e disincanto” per il cinema italiano

Tra le cose principali che ci hanno unito – e che conferiscono un senso di particolare necessità ed urgenza al movimento dei Centoautori – c’è senz’altro il tentativo di darsi pazientemente da fare tutti insieme per ribaltare il luogo comune, infondato, ma espresso in continuazione, ovunque, ed in modo particolarmente aggressivo, che il cinema italiano viva d’assistenzialismo. I numeri parlano chiaro: il nostro è il cinema tra i meno finanziati tra i principali paesi europei, addirittura i nostri film restituiscono il prestito allo Stato per almeno il 70%, cosa unica nel panorama del sostegno pubblico ai diversi comparti industriali.

Dunque questa convinzione è fondata semmai su un sentimento di disamore, di antipatia, di disincanto. E dal momento che la si ritrova spesso tra le righe di ogni ragionamento sul cinema di casa nostra, anche tra commentatori di differenti generazioni e di opposto segno politico e culturale, ha senso riflettere sulle ragioni che hanno partorito questo mood, e che lo alimentano.

Bisogna avere la forza di riconoscere, insomma, che non ci sono solo i detrattori in cattiva fede, i mascalzoni prezzolati dai network, alla maniera di quel Renato Brunetta, autore del libello ‘Profondo Rosso’ di recente allegato a Libero. Non ci sono, tra i commentatori, soltanto i seguaci della moda giornalistica del momento, la chiosa dallo stile sprezzante e sarcastico, che sembrano divertirsi ad individuare negli autori del cinema italiano un facile bersaglio per esercitare il proprio disprezzo in forma di corsivo. Ci sono anche tanti che hanno voltato la testa dall’altra parte, come innamorati delusi, il cui risentimento assomiglia per l’appunto a quello di chi è stato tradito. Abbiamo, alle nostre spalle, un cinema che ha contato così tanto nel definire la narrazione del carattere nazionale, che c’è anche chi non ci vuole più bene perché è giustamente arrabbiato.

Anche su questo ci siamo interrogati, in qualcuna delle vivaci riunioni del giovedì alla Libreria di Via dei Fienaroli. Fino a che punto i nostri film sono venuti meno al compito di offrire ad una comunità nazionale scontenta di se stessa, e ammalata di sfiducia, la medicina di un ritratto anche critico, ma autentico ed efficace.

Confesso che personalmente è proprio questo uno dei temi che mi appassionano di più, tra i tanti di fondamentale importanza sollevati da questo movimento. Più di una sacrosanta legge di sistema, avanzata e all’altezza dei tempi. Più del legittimo grido di dolore per i tanti, troppi soprusi a danno degli autori, e non solo dei più deboli. La necessità di stabilire un nuovo patto, vivo e virtuoso, con gli spettatori. E’ un compito che molti di noi, nel loro piccolo, si sono dati da tempo, ciascuno con i propri film. Ed il movimento dei Centoautori è un’occasione collettiva straordinaria per darsi reciprocamente una scossa, per spronarci ad un soprassalto di orgoglio e di passione, per dar vita insomma ad una nuova stagione di pensieri condivisi, e speriamo anche di film memorabili.

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Per una Costituente del cinema e della TV

Cultura, formazione, scuola, università sono alcuni dei temi sui quali i partiti della coalizione al governo hanno chiesto il voto dei cittadini, proponendosi con identità e sensibilità diverse da quelle della maggioranza precedente. Troppo presto, nell’affollarsi di questioni considerate prioritarie, quel tratto distintivo si è affievolito, e con esso il segnale di speranza che offriva a molti. Anche se il quadro generale rischia dunque di evocare le illusioni perdute, e anche se il nostro appello per una soluzione di qualità alla direzione di Rai Cinema – firmato da più di duecento autori di cinema e di televisione – è rimasto tuttora inascoltato, noi non intendiamo rassegnarci né rinunciamo a far sentire la nostra voce. Con il nostro lavoro di cineasti abbiamo suscitato emozioni e sollevato domande, abbiamo raccontato il paese quale è, e quale potrebbe essere. Per continuare a farlo abbiamo bisogno che la politica risponda alla sua missione più alta: garantire la liberazione di energie e potenzialità. Sembra un sogno, e invece è una cosa semplice: alla politica chiediamo regole certe ed eque che promuovano la realizzazione di tutti quei film che oggi sembrano impossibili, regole che favoriscano la libertà di espressione, la molteplicità degli sguardi e la personalità dei punti di vista come un patrimonio necessario alla vita delle persone. Al governo e al parlamento chiediamo solo una buona legge, una legge che liberi le capacità e le competenze che il nostro mondo è in grado di manifestare. E a chiederla, ad esigerla, non sono solo gli autori, ma l’insieme delle professioni e dei talenti che ogni giorno si esprimono attraverso il cinema e la televisione. Sogniamo che questa legge nasca e acquisti forza attraverso la circolazione delle idee, delle fantasie, attraverso la capacità di ascolto reciproco tra tutti coloro che saranno chiamati all’impresa. Partiti, governo, associazioni di categoria, legislatori. Non ci sottraiamo alle responsabilità del fare. Per questo proponiamo alcuni principi e idee che riteniamo necessari.

DIRITTI DEGLI SPETTATORI: La trasmissione dell’identità e dei valori collettivi è sempre più affidata al cinema, alla televisione e agli altri strumenti audiovisivi. In un paese democratico, i diritti degli spettatori diventano dunque una parte essenziale dei diritti dei cittadini. Noi crediamo che lo stato abbia l’obbligo di assicurare ai propri cittadini il diritto di accedere alla più ampia varietà possibile di opere – nazionali e internazionali, commerciali e ‘di nicchia’, di qualità e di intrattenimento, di documentazione e di ricerca, restituendo al cinema e alla tv un ruolo di arricchimento culturale. Negli ultimi anni questo diritto si è indebolito, anche a causa delle posizioni dominanti di RAI e MEDIASET: il loro scontro si è svolto sul terreno dell’omologazione, riducendo la libertà di scelta per autori e fruitori, semplificando i messaggi trasmessi alle giovani generazioni, impoverendo intellettualmente e umanamente tutta la collettività. In questi stessi anni, il numero degli spettatori di cinema è straordinariamente aumentato. I film si vedono nelle sale, in televisione, attraverso internet o l’home video. Eppure questa crescita non si è tradotta in un aumento delle risorse impegnate nel settore. Noi chiediamo alla politica di affrontare con coraggio questo paradosso. Il cinema italiano è stato uno dei più importanti del mondo – finché non è stato costretto ad affidarsi alla discrezionalità della politica per la sua sopravvivenza. Siamo stanchi di osservare come funzionari di qualsiasi schieramento arrivino ad influenzare il genere di storie da raccontare, la scelta degli autori, o addirittura i cast – il che purtroppo accade, sia nel cinema che nella tv. Non riteniamo giusto che le linee editoriali siano pesantemente condizionate dal tipo di maggioranza al governo. Noi non chiediamo assistenzialismo, ma il riconoscimento della nostra creatività e professionalità come risorse per il paese.

LIBERI DALLA POLITICA: La politica deve riacquistare il proprio ruolo di arbitro, assicurarsi che il gioco si svolga nel rispetto delle regole, che non ci siano posizioni dominanti e che il mercato cinematografico e audiovisivo sia giusto e accessibile a tutti. Attualmente, non lo è. Esso è spartito tra grandi strutture oligopolistiche, nessuna delle quali occupa soltanto il proprio segmento. E’ per questo che una legge di sistema è indispensabile e che intendiamo sostenerla con tutte le nostre forze. Chiediamo inoltre: Una regolamentazione antitrust, per superare il dualismo Mediaset-Rai che accentra tutti i canali di finanziamento e sfruttamento dei film, e per dare più spazio all’esistenza di un cinema realmente indipendente. L’applicazione effettiva dell’originale stesura della legge 122, ove per le reti televisive venivano fissati obblighi di investimento su film cinematografici. È indispensabile che tali obblighi siano estesi a chi, come Sky, opera in regime di monopolio, e senza una regolamentazione in materia. La promugalzione di una legge efficace contro la pirateria. L’istituzione di un ‘prelievo di scopo’ che impegni chiunque utilizzi contenuti cineaudiovisivi – cinema, pay-tv, internet provider, home video, tv generaliste, ecc. – a trasferire quote prefissate dei loro proventi per finanziare le attività del Centro Nazionale del Cinema. La creazione di un Centro Nazionale del Cinema, che amministri i fondi provenienti dal ‘prelievo di scopo’ con assoluta trasparenza, e con meccanismi che lo mettano il più possibile al riparo dalla discrezionalità e da pressioni esterne. Il presidente e il consiglio di amministrazione, nominati dal Ministro competente, saranno scelti in una rosa di nomi di provata competenza indicata dalle associazioni, allontanando così le logiche della lottizzazione. La pubblicazione di resoconti sulle linee editoriali e sugli investimenti attuati da ogni azienda finanziata in tutto o in parte con denaro pubblico. La stessa trasparenza dovrà essere estesa anche ai singoli film finanziati da queste strutture.

LIBERARE LE ENERGIE PRODUTTIVE: Libertà di mercato vuol dire anche libertà dalla corruzione e dai clientelismi. Allo stato spetta il compito di contrastarli ma anche di capovolgere l’impostazione delle leggi che oggi li rendono possibili, senza entrare in gioco direttamente come imprenditore o produttore. È invece essenziale incentivare la nascita e il rafforzamento di una moltiplicità di soggetti interessati alla produzione e alla diffusione di opere cinematografiche e televisive. Lo stato deve riconoscere a chi vuole investire nel cinema italiano forme di detrazioni dalle tasse (tax-shelter), sistema già sperimentato con successo in paesi come gli Usa, il Brasile, l’Irlanda. I produttori devono poter far riferimento a un sistema di incentivi, automatismi e regolamenti che premino il coraggio, il talento e l’indipendenza, rendendo così possibile la loro autonomia dai soggetti più forti. Per le opere prime e seconde, e per i progetti speciali di ricerca e sperimentazione, produttori e autori devono poter accedere a finanziamenti che vengano considerati alla stregua dei fondi di ricerca scientifica, così da favorire la sperimentazione in aree di eccellenza espressiva che conducano a produrre film di forte impatto artistico-innovativo: punte di diamante nell’ambito di una ricerca originale e non conformistica. Produttori e autori devono poter moltiplicare le possibilità produttive: è urgente una normativa che consenta produzioni a basso costo e più libertà nello scegliere le procedure di realizzazione dei film.

LIBERARE LA CULTURA:
Occorre introdurre il cinema come materia di studio nelle scuole. Si potrebbe inoltre pensare alla creazione di Scuole Audiovisive Regionali con insegnanti esperti provenienti dal mondo dell’audiovisivo, che consentano a una più ampia fascia di giovani l’accesso a una formazione qualificata. Al Centro Sperimentale deve essere riconosciuto il ruolo di scuola di eccellenza, potenziandola con risorse adeguate. E’ necessario garantire per legge, come già avviene per la fiction, la messa in onda di film italiani in prima serata nelle TV nazionali. Altrettanto necessaria è l’ideazione di programmi di informazione sul cinema italiano ed europeo, affidati a personalità competenti e appassionate. La televisione dovrebbe diventare l’Università del nostro cinema. Per evitare il definitivo declino e la chiusura delle sale tradizionali – nei centri storici come nelle periferie – lo stato deve promuovere la loro ristrutturazione, in modo da prevedere ove possibile più sale al posto di una, bar, ristoranti, piccole biblioteche, spazi per i dibattiti o la musica, favorendo la nascita di luoghi accoglienti non solo per il cinema di qualità italiano ed europeo ma anche per i cittadini che cercano aggregazione e cultura. Occorre sostenere lo sviluppo di nuove forme di diffusione dei film, premiando coloro che operino sul versante della varietà e della qualità e nelle nuove tecnologie. Particolare attenzione deve essere posta nella regolamentazione del mercato della distribuzione e dell’esercizio per evitare tutti i fenomeni di abuso di posizione dominante. La cultura è storia e memoria. ll cittadino a cui non è dato conoscere l’origine della propria identità, diventa meno libero. Conservare, restaurare e rendere accessibili le opere cinematografiche significa dare la possibilità di riconoscersi in un immaginario condiviso. La storia del cinema italiano attualmente in possesso degli archivi delle banche e del ministero sia dunque messa in rete gratuitamente. Il miglioramento della qualità del cinema italiano sarà la prima ragione del suo successo. Ma per migliorare la qualità occorre moltiplicare la quantità: di produttori, di scrittori, di registi, di film. Non esiste industria culturale senza una molteplicità di soggetti. L’esempio della fiction televisiva – sostenuta da una normativa che l’ha fatta crescere in modo esponenziale – dimostra come una nuova generazione di professionisti e di talenti – al di là del giudizio su scelte e contenuti – sia cresciuta cimentandosi in maniera regolare e assidua con il pubblico. Occorre dare anche agli autori, ai tecnici, agli attori cinematografici la possibilità di confrontarsi con diverse idee produttive, di lavorare su generi e con committenze diverse, di sbagliare e correggersi, di provare e riprovare. Vogliamo che il cinema torni ad essere lo sguardo libero di questo paese.










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